Cristiano Marcucci

Prete 2.0

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don cristiano marcucci

Un prete per i lontani, un counselor per i peccatori

Sono appassionato da sempre del mondo spirituale, ma soprattutto della vita, con tutte le sfumature.

Sono prete dal 2001. Attualmente parroco presso la Visitazione di Maria, in un quartiere popolare della periferia nord di Pescara, mia città natale. In precedenza, sono stato parroco a San Silvestro, un quartiere collinare della zona sud della mia città.

Sono anche consulente familiare e coniugale, esperto di relazioni di coppia e familiari. Ho ricoperto il ruolo di direttore della pastorale familiare della diocesi per oltre dieci anni e dal 2008 sono presidente del Consultorio Familiare diocesano. Sono stato per otto anni membro del consiglio direttivo nazionale dell’UCIPEM, associazione nazionale dei consultori cristiani.

I miei temi spirituali preferiti sono l’Enneagramma – da cui il mio libro Le nove impronte dell’anima –, il Viaggio dell’eroe, il Cantico dei Cantici, i vizi capitali e la Divina Commedia  – da cui il mio prossimo libro – e le Beatitudini. Con questi temi mi sono nutrito e ho costruito serate, approfondimenti, ritiri, weekend e percorsi spirituali.

Amo camminare, da sempre. Ho fatto dell’andare l’essenza stessa della ricerca interiore, tramite innumerevoli viaggi dentro e fuori l’Italia. Ho percorso svariate volte, con gruppi di viandanti, il cammino di Santiago, alla ricerca di noi e del Dio che ci abita.

don cristiano marcucci

Non so spiegarmi bene la mia vocazione…

Non lo so dire neppure a me stesso. Da sempre, amo la ricerca. E il servizio. La mia vita acquista senso quando ascolto me stesso e mi dedico al bene di qualcuno o di qualcosa.

Da ragazzo e da giovane non ho mai vissuto la vita parrocchiale. Grazie ad una crisi profonda mi sono messo in discussione. Ho cercato e ho trovato. Quello che potevo fare a poco più di venti anni. Così dopo qualche tempo sono entrato in Seminario. Sette lunghi anni.

Dopo venti anni da prete inizio a capire il mio ministero e soprattutto la mia vocazione. Quella vera. L’unica per tutti, quella di amare e lasciarmi amare.

Per me essere prete significa amare, ogni istante, ogni persona, ogni situazione, ogni virgola e ogni piega. Non sempre ci riesco, ma ci provo.

Mi piace ‘consacreare’ la vita: rendere sacro tutto. L’Eucaristia è così il centro di tutto: l’umano trasformato in divino. Il Cielo che tocca la terra.

Non pretendo di insegnare nulla a nessuno. Semplicemente cerco di scoprire la presenza di Dio. Dentro e fuori di me.

Amo il fuori schema: le persone che si sentono lontane, le situazioni irregolari. Le pecore nere, come me. Forse è l’unico aspetto che mi fa assomigliare a Gesù.

Dal ruolo alla persona: da don a Cristiano

Quando nel 2008 il vescovo mi obbligò ad essere presidente del Consultorio familiare della diocesi non pensavo sarebbe stato quell’incarico la svolta della mia vita.

Grazie all’umano ‘sgarrupato’ che iniziai ad incontrare, fui costretto a contattare le mie fragilità. Così dovetti passare dal ruolo alla persona: dal don a Cristiano.

Passavo la vita a fare colloqui ma soprattutto ad incontrare persone, con le loro storie. Decisi così di specializzarmi e fare il corso da Consulente Coniugale Familiare. Fu un’esperienza di quelle che fanno da spartiacque nella vita.

Oggi amo questo approccio e lo vivo nelle viscere. Credo nelle risorse delle persone e posso sorridere ai loro difetti e fallimenti. Perchè sto imparando a farlo con me stesso.

Passo ancora la vita ad ascoltare. Sento però che ho un altro sguardo. Quello dell’amore.

La scrittura per me è curativa e rivelativa

Quando scrivo mi meraviglio di me stesso. Scopro pezzi di me impensati. Sono costretto a collegarmi con la mia anima, e ascoltarla.

Le mie parole, le mie espressioni nascono dall’esperienza. Ogni tema che tiro fuori è frullato dentro di me, da tempo. Le parole autentiche nascono dal silenzio e dalla contemplazione. Non vogliono spiegare o convincere, ma semplicemente raccontare la vita, svelare l’amore.

Quando scrivo mi conosco e allo stesso tempo guarisco le mie ferite. Scappo meno da me. Attivo le mie risorse. Sono costretto a rallentare e respirare. Insomma, mi incontro. La scrittura mi permette di rimanere me stesso.

I miei libri, come tutte le esperienze che propongo, nascono dai miei vuoti, dai miei deserti. È il mio spazio sacro, dove abita Dio.

Camminare mi salva e mi fa restare vivo

Io cammino.
Camminare mi salva la vita, da sempre, da quando ero piccolo.
Mia madre diceva che a sette mesi già camminavo.
Quando cammino riesco a sentirmi e, nello stesso tempo, dimentico completamente me stesso. 
Quando cammino tutto prende la giusta forma, ritrovo l’armonia con il mondo. 
Le attività, le riunioni, le mail e gli impegni passano sullo sfondo, in secondo piano.
Il mio ritmo accelerato non mi consente di vivere le dimensioni del tempo e dello spazio, che accelerano parallelamente con la mia velocità e si restringono, fino a sparire.
Tutto diventa funzionale e io divento nevrotico, ansioso.
Quando uso la moto o la macchina, correndo di qua e di là, la vita mi si accorcia, si fa corta.
Non sento il vento, gli odori, non vedo la luce nè il buio. Non incontro nessuno.
Se invece cammino a piedi, impiego più tempo, ma inizio a respirare con calma, rallento, le sensazioni mi arrivano dentro dai piedi, i volti che incontro si fanno luminosi, la giornata acquista colore. 
Gli occhi, le orecchie, il naso, le spalle, la pancia, le gambe, le dita parlano al mondo.
E il mondo risponde, sempre.
Camminare mi ha salvato e continua a salvarmi la vita. 
Mi ricorda che fare conoscenza con le cose richiede tempo e spazi adeguati, come costruire un legame.
Io cammino, la vita dura di più e diventa intensa quando cammino.
Come l’eternità.
Camminare mi fa restare vivo.
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